ALBERTO SAVINIO E LO SGUARDO ONIRICO

Alberto Savinio
Alberto Savinio, Autoritratto, 1936, olio su tela, cm 60,5 x 48

Andrea de Chirico, in arte Alberto Savinio, è un artista eclettico, che sfugge da sempre a ogni tentativo di classificazione. La sua opera è un vasto universo dove il mondo dell’arte prende forme diverse, inaspettate e mai stabili e la dimensione onirica invade quasi ogni spazio, diventa una fondamentale chiave di lettura.

Ma quale percorso possiamo seguire per addentranci nella sua multiforme poetica? Dalle pagine di unsaggio di Rosita Tordi, Mistero dello sguardo,emerge l’importanza della tematica dello sguardo, in bilico fra mondo reale e onirismo, che fin dagli esordi, segna indelebilmente la poetica di Savinio.

Primo segno di un destino fuori dall’ordinario è la sua nascita in terra straniera. Egli stesso scriverà commentando i suoi natali: «Grande privilegio essere nati all’ombra del Partenone: questo scheletro di marmo che non butta ombra. Si riceve in eredità una generatrice di luce interna e un paio di occhi trasformatori».

I suoi sono «occhi trasformatori»: nel suo più famoso Autoritratto, datato 1936, Savinio ha quarantacinque anni. Una giacca di panno si apre su un morbido panciotto lanoso e una camicia bianca incornicia il volto piumoso di un gufo. La testa è leggermente inclinata a sinistra, le labbra, sotto il naso aquilino, contratte, l’incresparsi delle piume sul capo descrive una fronte corrugata, gli occhi, incorniciati da acuti archi sopraccigliari, scrutano severi, inquietanti, indagatori: occhi di chi sa, di chi ha conosce bene le ambiguità del buio e da lì guarda con severità chi ancora si illude che la realtà sia solo quella che appare. La sua conoscenza è anche un pesante fardello, dietro lo sguardo se ne nasconde la gravità e chi è guardato, che in un gioco di specchi è l’autore stesso, nasconde il tutto con l’ingannevolezza dell’ironia.

Un altro grande pensatore Friederich Nietzsche, ne La gaia scienza, si accorge che la conoscenza porta tormento e angoscia e usa l’acutezza per liberare il suo spirito; un seducente umor nero e un lato delle labbra leggermente incurvato per celare un consapevole ridacchiare.

Il dipinto manifesta uno stato dell’anima in cui è manifesta la dialettica di luce e ombra: Ypnos e Thanatos. Quegli occhi notturni corrispondono a uno sguardo che vede dove non si potrebbe vedere, che scruta attraverso l’oscurità e che si serve di una capacità non comune che gli permette di osservare anche ciò che è nascosto dall’ombra. Sono anche occhi trasformatori. La trasformazione non è intesa come processo che dal normale porta all’anormale ma in senso rovesciato: questi occhi sanno convertire la falsità in verità. La propensione è quindi quella di svelare ciò che è nascosto, preannunciata già dalla scelta stessa di percorrere le ambiziose vie della letteratura e dell’arte, acuita e perfezionata da quello che potremmo chiamare uno “spirito della Grecia” inteso come attitudine a vedere oltre lo sguardo, a vedere col pensiero. Ci dice lo stesso Savinio: «S’intende per “Grecia” un modo di pensare, di vedere, di parlare che la mente, l’occhio, l’orecchio possono afferrare “di colpo”: possono afferrare in un pensiero solo, in uno sguardo solo, in una sola audizione. S’intende per “Grecia” una mente portatile e nei modelli più alti tascabile. S’intende la facoltà […] di intelligere la vita nel modo più acuto e assieme più “frivolo”».

Queste teorie già emergono nei primi articoli scritti nel 1921 sulla rvista «Valori plastici».

È all’esperienza della «Scuola metafisica», unico movimento a cui Savinio aderisce apertamente, che fanno capo gli articoli pubblicati su «Valori plastici», la principale rivista d’arte in Italia all’inizio degli anni Venti. Tra questi, quattro sono collegati tra loro e si riuniscono sotto il titolo di Primi saggi di filosofia delle arti.

Nel primo articolo intitolato Per quando gli italiani si saranno abituati a pensare, Savinio specifica sin dall’incipit la natura della sua indagine: «Prenderò a considerare il singolarissimo e misterioso fenomeno delle arti nel loro lato spirituale o, per meglio dire, metafisico». L’aggettivo “metafisico” è usato «per qualificare la qualità intima, ossia la sostanza lirica delle cose», tutto ciò che non è esperibile attraverso i sensi.

la sua attenzione esclusivamente quelle plastiche, le uniche rispondenti al «significato contenuto nella parola arte». In opposizione alla comune opinione che l’arte in genere sia la rappresentazione degli aspetti naturali della vita, Savinio ci dice che, essendo la realtà soggetta ad un continuo e incessante movimento, sarebbe impensabile riuscire a fissare questo movimento nell’arte, essendo essa per definizione creatrice di un «valore assoluto». Lo scrittore definisce le arti plastiche come dissociate dalla natura del vivere quotidiano ma che «si associano al corso naturale della vita, alla stessa guisa che vi si associano i ricordi», specificando di non volerle certo collocare nel mondo delle astrazioni. Queste arti si possono definire come la «rappresentazione della vita non come è, ma come dovrebbe essere»; esse non rappresentano la riproduzione diretta degli oggetti ma il «ricordo immutabile e definitivo di essi oggetti». Il proprio delle arti plastiche è, conseguentemente, l’immobilità, la glorificazione del presente, l’elemento lirico; mentre nelle altre interviene il moto del tempo, il movimento, ossia il ritmo. È proprio l’immobilità che dà forma alla «realtà plastica che è l’aspetto ineffabile dell’eternità terrestre».

Nel terzo articolo, Ritmo della musica, Savinio fa un raffronto tra l’espressione fisionomica dei musicisti, percepiti dallo scrittore come i creatori di un’arte puramente ritmica, e quella degli artisti plastici. Mentre l’espressione facciale dei musicisti risulta «tormentata, stralunata, abbattuta e triste», negli artisti plastici troviamo «l’occhio chiaro (l’occhio che guarda: perché l’occhio del musicista non guarda, oppure guarda come guardano i cavalli, i pesci e altri simili animali che hanno lo sguardo sfuggente, obliquo e velato), la fisionomia riposata e serena, il riflesso chiaro di una grande calma e una sorta di compostezza attenta e osservatrice procurata dalle abitudini profondamente contemplative della loro arte». Questo «occhio che guarda» sarà fondamentale per la poetica saviniana, rappresenta infatti la capacità di guardare oltre la realtà che appare in superficie e scoprire la vera essenza del reale. Importante è il paragone con gli animali. Se il cavallo o i pesci hanno uno sguardo velato e sfuggente, la civetta invece è l’animale che per Savinio rappresenta più di ogni altro questo tipo di vista; nel suo Autoritratto infatti lo scrittore si rappresenta proprio con il volto della civetta, con occhi che scrutano e indagano nel buio che gli sta attorno. L’artista incarna così colui che guarda, chi non si fa distrarre dalla momentanea eccitazione che il movimento provoca nell’essere umano e acquista invece quella «compostezza attenta e osservatrice» che dà la possibilità di scorgere oltre il velo dell’apparenza. Vorrei dimostrare a questo punto quanto la poetica dello sguardo sia fondante per la tematica dell’onirico nell’opera di Alberto Savinio. Per fare ciò è indispensabile considerare l’influenza dell’opera di Schopenhauer sul giovane scrittore, in particolare del Saggio sulla visione degli spiriti.

Rosita Tordi ci parla di una grande passione di Savinio nei confronti dell’opera di Arthur Schopenhauer che egli aveva «amato fin dagli anni del soggiorno a Monaco [1907-1910], quando assai probabilmente per suggerimento del fratello Giorgio de Chirico deve aver letto, per la prima volta, oltre a Il mondo come volontà e rappresentazione anche Parerga e paralipomena. Negli anni del suo primo soggiorno a Parigi [1910-1915], la pubblicazione in volume del saggio sulle visioni […] deve essere stata l’occasione per una rilettura, questa volta diversamente avvertita e “mirata”».

Rileggendo l’incipit del Saggio sulla visione degli spiriti di Schopenhauer è facile individuare quali siano stati i passaggi che più colpirono Savinio:

«Esiste uno stato in cui noi dormiamo e sognamo, è vero, ma facciamo questo non solo sognando la realtà stessa che ci circonda. Noi vediamo allora la nostra camera da letto, con tutto ciò che vi è contenuto, ci accorgiamo anchedelle persone che vi entrano, sappiamo che noi stessi siamo nel letto, vediamo cioè tutto rettamente e con precisione. Eppure noi dormiamo, con gli occhi chiusi, e sognamo; senonchè ciò che sognamo è vero e reale. Le cose non stanno altrimenti, che se il nostro cranio fosse diventato trasparente, tanto che il mondo esterno ormai può giungere direttamente e immediatamente nel nostro cervello, invece di allungare la strada attraverso la porta stretta dei sensi. Questo stato è molto più difficile a distinguersi dalla veglia che non il sonno comune, poiché nell’atto del risveglio non si verifica alcuna trasformazione dell’ambiente, cioè nessun mutamento oggettivo. Eppure il risveglio è l’unico criterio distintivo tra la veglia e il sogno. La specie descritta di sogno è ciò che si chiama dormiveglia, non perché sia una situazione intermedia tra il sonno e la veglia, ma piuttosto perché essa può venir designata come un diventare svegli nel sonno stesso. Io la chiamerei piuttosto un sognare il vero. […]L’esperienza ci insegna inoltre, che la funzione dell’organo del sogno, la quale ha di regola come condizione della sua attività il sonno leggero e comune, oppure in certi casi il profondo sogno magnetico, può essere esercitata eccezionalmente anche dal cervello sveglio, in modo che quell’occhio con cui noi vediamo i sogni può di tanto in tanto aprirsi anche durante la veglia».

Diretto riferimento si trova in uno scritto di Alberto Savinio del 1920 intitolato: Delle cose notturne. Il sonno è affrontato utilizzando gli stessi concetti già cari ad un altro amante di Schopenauer, Leopardi, cambiandoli però di segno. Lo scrittore recanatese considera, infatti, il sonno e il sogno più desiderabili della vita; nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare ad esempio scrive: «Gran conforto: un sogno in cambio del vero».Nella Visione saviniana il sonno è visto invece il mezzo impiegato dalla natura per prevalere sull’uomo, per metterlo a tacere, e nascondergli il segreto degli eventi notturni: «Il sonno è una schiavitù dell’uomo. Peggio: un diritto autoritario che si piglia la natura di eliminarci per un certo tempo dal suo moto e dalla sua vita particolari».

Il rapporto dell’uomo con la natura è simile a quello che lega madre e figlio: una dipendenza rasicurante ma al contempo coercitiva: «La genitrice», «la gran madre», ha con l’uomo un atteggiamento di «benevola tolleranza» e «pesante amor materno» che lo fanno sentire debole e dipendente come nella fanciullezza. Scrive infatti Savinio: «Addormentandoci, la natura, insomma, ci tratta da bambini: ci rinfaccia la nostra debolezza, la nostra dipendenza, la nostra precarietà, e il nostro stato di esseri aggregati alla vita».

Per Savinio esiste, quindi, una sonno vano in cui l’uomo non sogna e non vede. Esiste, però, un altro tipo di sogno, la reverie, cioè possibilità di “sognare da svegli”, suggeritagli dal saggio di Schopenhauer, che l’uomo riesca a vedere ciò che dalla natura gli sarebbe negato. Lo “sguardo” di Savinio è connesso così con la dimensione onirica, è lo sguardo di colui che sogna da sveglio, dell’artista con l’occhio di civetta. Si pone in primo piano la funzione di un organo della vista non comune, il terzo occhio, che è quello che vede oltre e che crea la realtà oltre l’oscurità e si definisce il sogno come strumento di conoscenza. E se, leggendo i Canti della mezza-morte ci accorgiamo che il sonno è la «mezza-morte», una sospensione tra la vita e la morte, questo è lo spazio della creatività in cui nasce l’arte. In Hermaphrodito Savinio scrive: «Durante il sonno – che alcuni vogliono una mezza-morte – io vivo, e anzi in modo più precipitoso del reale».

Parlando di sonno e di sogno non si può non considerare il rapporto di Savinio con le freudiane teorie psicanalitiche. La sua è una scrittura «erratica» in cui la costante ricerca e la messa in discussione dei punti d’arrivo, rende impossibile trovare una qualche adesione definitiva. Nonostante ciò, nei numerosi articoli usciti su riviste e quotidiani, in particolare sul «Il Corriere della Sera», Savinio spesso pone l’attenzione sulla psicanalisi, prendendone decisamente le difese in contrapposizione con la cultura allora dominante in Italia. Lo stesso Savinio, insieme a Schopenhauer, designa anche Freud come suo maestro, specificando però di aver conosciuto il secondo quando era già da tempo passata l’età del discepolo e di averne quindi carpito con meno ardore gli insegnamenti.

La continua tensione verso il mondo dell’inconscio e la volontà di addentrarsi nei misteri dell’essere umano sono ben evidenti nelle tele di Savinio e le teorie freudiane non possono che attrarre la sensibilità di un artista come Savinio, sempre deciso a ricercare ciò che è arcano, a svelare dall’interno i misteri della realtà, a trasgredire il velo dell’apparenza.

 

 

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