ANTOLOGIA DEGLI SCRITTI


Umanesimo non è se non la ritrovata dignità dell’uomo, la quale a sua volta non è se non la libertà di pensare col proprio cervello. Questa libertà si accende per la prima volta in Grecia e la illumina, e non torna a riaccendersi nel mondo se non con l’Umanesimo.

A. Savinio

 

Hermaphrodito

1918, Adelphi, Milano, 2014

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Quello che chiamiamo la modernizzazione della vita, non è che una continua e sempre più grande complicazione demoniaca.  


L’ arte della tipografia

1940 – 43, Torre di guardia, Sellerio, Palermo, 1993

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Testo tratto dalla raccolta di articoli pubblicati nella rubrica Torre di guardia tenuta da Savinio sul quotidiano «La Stampa» tra il 1934 e il 1940.

La tipografia è un’arte. Questa verità nessuno osa contestarla. Noi italiani meno che meno, che l’arte della tipografia. e fino dai suoi lontani esordi, abbiamo saputo innalzarla alla sua massima eccellenza. Ma arte o non arte, la tipografia resta pur sempre e fondamentalmente un mezzo: il più grande mezzo di conoscenza che l’uomo ha inventato. Questa sua precisa finalità, la tipografia non dovrebbe mai dimenticarla. Per me, la tipografia più bella è anche la più semplice, la più chiara, la più amorfa. Quella che non attira su di sé l’occhio del lettore, che non frappone bizzarrie e lussi grafici fra l’occhio del lettore e l’intelligenza della cosa scritta. Ma non tutti la pensano così. E noto con raccapriccio che spesso e volentieri la tipografia dimentica di essere un mezzo, e si atteggia a bella dama che vuole essere ammirata per i suoi pregi particolari. Da quando poi e invalso l’uso degli estetismi generalizzati, anche la tipografia, come la foggia degli abiti e l’arredamento delle case, sì è messa a seguire l’andazzo delle mode di passaggio. Ieri, nel regno del liberty, i caratteri si erano mutati in gigli e in tulipani; oggi, in regno novecento, si sono trasformati in nanerottoli obesi. L’uomo non solo deve essere umano nel suoi pensieri, e nelle sue azioni: deve serbare un carattere «umano» anche alle cose che lo circondano, agli strumenti della civiltà. E tanto più una cosa è «umana», quanto più la sua forma è logica e intonata allo scopo che ne giustiica l’esistenza. Anche una poltrona, un apparecchio telefonico, un carattere di tipografia debbono avere un aspetto «umano». Ma quando la poltrona si maschera da conchiglia, l’apparecchio telefonico si nasconde sotto la crinolina di una dama, quando l’Elle prende l’aspetto di un giacinto e l’0 quello di un disco nero, questi oggetti prendono un aspetto illogico e inquietante, ispirano diffidenza e sospetto, portano nell’economia della vita squilibrio e turbamento.


Infanzia di Nivasio Dolcemare

1941, Adelphi, Milano, 2014
Alberto Savinio, L'annunciazione, 1932, coll. priv.

Si domandava perché la nascita di un bimbo è chiamata “lieto evento”, ma non riusciva a trovare una risposta che lo convincesse.  


Casa “La Vita”

1943, Adelphi, Milano, 2014

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Possedeva le tre virtù cardinali del perfetto uomo di mondo, e cioè la bruttezza decorativa, la stupidità dolce, l’ignoranza sicura.


La nostra anima

1944, Adelphi, Milano, 2014

La città delle promesse, Alberto Savinio

Il progresso della civiltà si misura dalla vittoria del superfluo sul necessario.

Se volete combattere i dittatori, cominciate col primo: Dio!

È con le occasioni mancate che a poco a poco noi ci costituiamo un patrimonio di felicità. Quando il desiderio è soddisfatto, non resta che morire.


Ascolto il tuo cuore, città

1944, Milano, Piccola Biblioteca Adelphi, Milano, 2014

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Un’ opera che, come “impeccabile cartiglio” si traduce in “lungo conversare” che è soprattutto passeggiare per Milano, scoprendo in questa città (che Savinio si azzarda a definire «dotta e meditativa: la più romantica delle città italiane») una selva di associazioni, di figure, di fantasmi, di fatti. Per lo scrittore, Milano è una robusta, onesta stoffa su cui ricamare divagazioni.

“Si tratta di vedere le cose che gli altri non vedono: quelle che vivono all’ombra delle sorelle ammirate: le cenerentole della città. Si tratta di vedere le cose che vedono anche gli altri, ma nei momenti in cui gli altri non le guardano, e quelle dimettono la rigidità della posa, si abbandonano, respirano più tranquille.”

(…)

Amare è dare altrui la propria anima, è animare altrui con la propria anima, è illuderci di dare altrui una vita felice e profonda che altrimenti gli mancherebbe.

Chiarire un mistero è indelicato verso il mistero stesso. Non vi lagnate, uomini, della Monotonia: è la nostra amica migliore.


Sorte dell’Europa

1945, Adelphi, Milano 2014
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Le parole che seguono sono scritte mentre l’Italia è occupata dai tedeschi. E Alberto Savinio parla di Hitler, della sua idea di Europa, del suo “pompierismo”. E di come la Storia si stia ripetendo…

Pompierismo. 15 luglio 1944

[…] Nei momenti di crisi il solo intelletto dei politici non basta, e sarebbe saggio allora chiamare a consulto anche medici, ingegneri, filosofi, e magari anche artisti e poeti, ossia uomini che per abito mentale e “tecnica di mestiere” sanno vedere e giudicare uomini e cose con criteri diversi da quelli soliti e grossi dei politici. Questi giudici più illuminati e sottili avrebbero detto prima di tutto che un uomo che dipinge i quadri che ha dipinto Adolf Hitler, che ha scritto ciò che ha scritto, che ha scelto la Trilogia di Wagner come espressione sonora della sua volontà di potenza è un pompiere, cioè a dire un uomo privo di “senso originale della vita” e destinato dunque a portare a morte tutto quello che tocca. Pompiere è colui che non pensa per criterio proprio, ma secondo schemi prestabiliti e consacrati dall’opinione dei più. […] (Guardati attorno, lettore, esàmina anche te stesso, e sentirai come pesa sul mondo la cappa del pompierismo, e come schiavo è il mondo, come schiavo sei tu stesso di opinioni tronfie e inerti, e incapaci perciò di generare opere vive e contenenti un loro proprio avvenire). In politica, il pompiere pensa che una grande opera politica non può essere fatta se non sul modello dell’Impero Romano. E Hitler, che è il più grande pompiere apparso finora per nostro danno sulla faccia della terra, ha sognato di rifare a suo modo l’Impero Romano, pur senza dichiararlo esplicitamente […]

Resta a dire questo a favore di Hitler: che una “sua” idea di costruzione dell’Europa, ancorché pompieristica e inattuabile, Hitler l’aveva. Ora quale altro senso ha – quale altro senso può avere la vasta, la multiforme crisi che noi andiamo attraversando dal 1914 in poi, ossia dalla fine del “tempo liberalistico” in qua, e che si manifesta nei modi più svariati, come crisi della cultura, come crisi della civiltà, come crisi economica, come crisi finanziaria, come conflitto sociale, come guerra tra nazioni e nazioni, come guerra tra continenti – quale altro senso può avere questa vasta crisi, quale altro senso e quale altro fine essa può avere se non la formazione della futura Europa, ossia il passaggio dall’attuale Europa divisa in nazioni, in una Europa “nazione unica”, e che propagherà se stessa anche sul continente africano? A questo solo fine devono tendere tutte le menti e tutte le volontà, tutte le forze e tutte le intelligenze; davanti a questo fine deve cedere qualunque interesse particolare, ossia qualunque ragione “nazionale”.

Il “sogno di Carlomagno” è un sogno “a ripetizione”. L’ha sognato Hitler, ma prima di Hitler l’ha sognato Carlomagno stesso, poi l’hanno sognato gli autori del Sacro Romano Impero, poi l’ha sognato Carlo Quinto, poi l’ha sognato Napoleone, poi l’ha sognato Guglielmo II. L’idea è sempre la stessa: unire l’Europa. Ma questo sogno è stato sognato finora da pompiere. Questo il suo principale difetto. Questa la ragione profonda del suo fallimento. È un modo sbagliato. È un modo inattuale – e inattuabile. È un modo che trae ancora dalla mentalità tolemaica. […]

Fare l’Europa. Ma per “fare” l’Europa – per fare naturalmente l’Europa, per fare umanamente l’Europa, per fare validamente l’Europa, bisogna liberarsi anzitutto del concetto tolemaico del mondo – che è concetto teocratico e dunque imperialista – liberarsi del concetto tolemaico in tutte le sue forme (che son infinite) ed entrare nel concetto copernicano del mondo, ossia il concetto democratico. Passare dal concetto verticale del mondo al concetto orizzontale. Passare dal concetto accentratore al concetto espansivo. Passare dal concetto Uomo (re, capo, nazione dominante) al concetto Idea. Perché nessun Uomo (sogno di Carlo Quinto, di Napoleone, di Hitler), nessuna Potenza, nessuna Forza potranno unire gli europei e “fare” l’Europa. Solo una Idea li potrà unire: solo una Idea potrà “fare” l’Europa. Idea: questa “cosa umana” per eccellenza.

Conclusione

[…] Questa idea è l’idea della comunità sociale. Non c’è nessun’altra idea, ora, che possa operare il “miracolo” atteso da tutti: l’unione dell’Europa. Perché la sola idea feconda e pratica del nostro tempo è l’idea della comunità sociale. Perché l’idea “pratica” del nostro secolo è l’idea della comunità sociale, come l’idea “pratica” del secolo passato era l’idea liberale. E questa unione “naturale” dell’Europa avverrà. Avverrà prima o poi. Avverrà presto o tardi. Avverrà nonostante tutto. Avverrà a dispetto di tutto. Qualunque altro piano o disegno di costruzione europea non potrà essere se non un ostacolo e un ritardo, e destinato a fallire perché “innaturale”. Insisto su questa qualità: naturale. Il che viene a dire che nella formazione dell’Europa unita, l’azione di qualsiasi patrono riuscirà inutile se non addirittura dannosa. […] Per arrivare a una unione naturale e dunque valida, l’Europa deve scoprire da sé, inventare da sé la ragione profonda di essa unione: non riprenderla, non imitarla da altri. Altrimenti anche l’Europa farà il suo “sogno di Carlomagno”, il suo “sogno di Napoleone”, il suo “sogno di Hitler”. Altrimenti anche l’Europa farà il suo “sogno da pompiere”.


Scritti dispersi

1943-1952, Adelphi, Milano, 2014

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Gridano agitati e agitatori contro la borghesia, e non sanno che, nel caso migliore, il loro agitarsi si concluderà nella creazione di una nuova borghesia.


Nuova enciclopedia

1977, Adelphi, Milano, 2014

alberto savinio, la vedova

L’amore profondo vuol superare la pelle della gioventù e della bellezza, questi «ostacoli» all’amore.

L’uomo ineducato è pieno di bisogni, e a tutti obbedisce; l’uomo educato ha appena i bisogni necessari alla vita, l’uomo educatissimo non ha bisogni.

L’infanzia è una anticipata e lunga agonia. Un lungo anelito. Un’aspirazione che sembra senza fine. Una attesa che non mostra di dover avere mai termine. L’infanzia è la disperata lotta (agonia) per uscire dall’infanzia.

Entriamo nel sonno per un atto di egoismo giornaliero: nella morte per un egoismo definitivo.


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